DOTT. CESARE GUERRESCHI

Prima edizione 2016
© Cesare Guerreschi
ISBN 978-88-909468-5-1

Tratto dal libro: TESTIMONIANZE

“Quando la costanza della ragione vince sul demone”

TESTIMONIANZE GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Testimonianza di Donatello:

Mi chiamo Donatello, ho 62 anni e vengo dalla Sicilia. La mia storia di giocatore patologico inizia nell’anno 2006 con le slot machines.

Ero anche in precedenza un giocatore, ma le giocate erano il totocalcio, il gioco del Lotto. Tuttavia, puntavo piccole cifre e non sempre. Credo che fosse stato un modo per poter sfidare la fortuna e potermi realizzare un futuro. Come dicevo, nel 2006, precisamente alla fine di Agosto, ho cominciato a giocare in modo pesante. Non saprei descrivere il perché e come ho iniziato. Mi sono trovato davanti ad una slot machine, mentre ero in un bar. Quasi inconsciamente, o forse attratto dalle luci e dai suoni, inserii delle monete. Era il resto di cinque euro che avevo speso per un caffè. Non sapevo nemmeno come si giocasse ma ricordo di aver vinto circa 50 euro. Li ho presi e sono andato via. Tuttavia, da quel momento non so cosa sia successo nella mia testa, qualcosa è scattato ma non so bene definire ancora oggi che cosa. Vi sono ritornato i giorni successivi, alternando vincite e perdite. Quando ho cominciato a perdere in maniera frequente, la mia presenza in quei luoghi, fu sempre più costante. Il tempo che trascorrevo in quei luoghi era sempre maggiore, dimenticando tutto il resto, lavoro e famiglia. Non m’interessava più nulla. Quasi mi davano fastidio poiché mi ostacolavano nel recarmi in quei posti. Ad essere sincero, non mi rendevo conto di quello che facevo, sapevo solo di perdere molti soldi.

Il motivo per cui continuavo a giocare, era la mia convinzione di potermi rifare, che avrei fatto una grossa vincita e riprendermi da tutti quei soldi che avevo buttato via fino a quel momento. Solo adesso mi rendo conto che era solo pura illusione. Non dissi nulla a mia moglie di quello che stavo facendo, ma in qualche modo forse aveva già capito ciò che mi stava succedendo. Ha sempre avuto fiducia nella mia persona. Un giorno, quando tornai dalla sala gioco, mi cominciò a fare delle domande riguardo a dei prelievi ingenti che erano stati fatti. Le risposi che non sapevo nulla, anche se sapevo benissimo che fine avevano fatto quei soldi. Dopo alcune domande a cui risposi in maniera vaga ed assente, non insistette e il discorso si concluse così. Successivamente, un paio di volte, cercò di scoprire e capire qualcosa di più, anche perché le scuse per uscire erano sempre più banali e come si usa dire, le bugie hanno le gambe corte. Tuttavia, continuai a giocare fino ad esaurire tutta la mia liquidazione del lavoro. Dopo circa due anni, precisamente il 6 Maggio del 2008, mia figlia mi scoprì mentre stavo giocando ad una slot machine in un bar vicino casa. Al momento non mi disse nulla di più che “Cerca di smettere ed andiamo a casa”. Mi rifiutai, facendo una scenata nel bar. Mi sentii strano in quel momento; era come se mi fossi svegliato da un incubo. Pensai subito a quale bugia poter dire, cosa potermi inventare per affrontare quella situazione estremamente imbarazzante. Non trovai via d’uscita. Passò una mezz’ora e tornai a casa. Avevo tanti pensieri per la testa, tanti dubbi, tanto imbarazzo, tanta vergogna.

Tuttavia, tutto quello che avevo pensato, che mi ero costruito, tutte le menzogne che avevo raccontato non erano uscite fuori. Sentii un vuoto di memoria, così chiamai mia figlia e le dissi che avevo giocato per un periodo di tempo alle slot. Non le dissi quanto avevo perso esattamente. In quel momento cominciò la mia disavventura. Iniziò un giro di telefonate tra la moglie e figlia, i miei parenti, riunioni a casa dei parenti. Tutto questo portò ad un’ispezione dei conti correnti, delle banche da parte dei miei familiari. Solo allora, scoprirono che c’erano dei debiti da ripagare. Inoltre, dovetti restituire il blocchetto degli assegni e carte di credito. Avevo perso una grande cifra e questo fu molto difficile da accettare per i miei familiari. In un certo senso, sono stato fortunato perché son riuscito a non farmi debiti con usurai e nemmeno con amici. I miei familiari, un po’ in disaccordo decisero di coprire i debiti che avevo fatto con la banca. Ma non era tanto il problema dei soldi che preoccupava la mia famiglia. Loro erano convinti che non sarei mai riuscito a smettere. Io insistevo sul fatto che ero capace di smettere e di riprendere una vita normale. I miei familiari, non convinti, mi proposero di contattare un centro specializzato nel campo del gioco. Rifiutai immediatamente, ribadendo il fatto che sarei riuscito a fare tutto da solo. Dopo un po’ di tempo, mi proposero di sottopormi ad una visita psichiatrica presso un professore fuori dalla mia regione, conosciuto per il suo lavoro nel campo della dipendenza da gioco. Così, un po’ riluttante, andai alla prima visita con mia moglie. Mi suggerì di andare presso un centro di giocatori anonimi ed è ciò che facemmo io e mia moglie. Presi un appuntamento anche al Ser T, su consiglio di un amico di famiglia, ma non servì a nulla. Mi resi conto che erano specializzati in problemi con l’alcool e la droga. Così feci il primo colloquio ma andai via. Inoltre, lo psichiatra mi aveva prescritto dei farmaci che cominciai a prendere solo dopo il mio colloquio presso il Ser T. Era il periodo che andava da Luglio a Novembre del 2008. Tornai alla mia città e ricominciai a lavorare. Questo creò ulteriori conflitti in famiglia, perché ogni volta che uscivo per andare a lavorare, loro credevano che uscissi prima per poter farmi una giocata. Queste accuse non erano vere, ma ormai avevo perso la loro fiducia. Inoltre, ero in qualche modo seguito (non so da chi e come): ogni volta che entravo in un bar per un caffè o un tabaccaio per comprare le sigarette, i miei familiari lo sapevano e mi facevano il terzo grado quando tornavo a casa. La tensione aumentò fino a che mia moglie decise di trasferirsi a casa della figlia più grande a Maggio del 2009. Dopo un po’ di tempo tornò e mi disse che la mia presenza nella sua vita e in quella casa non era gradita, insomma, me ne dovevo andare. Sentendo quelle parole mi crollò il mondo addosso, continuai a lavorare. Non credevo che quel lavoro avrebbe portato ad un altro problema. Mi trovai una bottiglia davanti e cominciai a bere (premetto che sono sempre stato astemio). Tutte le sere, alla chiusura del ristorante, mi ritrovavo con una bottiglia in mano. Tutto ciò durò circa sette mesi, finché un mio amico si accorse di ciò che stavo facendo e mi mise sotto controllo facendomi capire che non avrei risolto i miei problemi bevendo. In quel periodo, immagino sotto l’effetto dell’alcool, feci due incidenti con la macchina che mi costarono circa 1400 euro. Pagai di tasca mia per la paura e le minacce delle controparti. Non volevo che mi denunciassero alle autorità competenti con il conseguente ritiro della patente e sequestro della macchina. Tuttavia, per la mia famiglia questa era un’altra delle mie bugie. I rapporti in famiglia continuarono a peggiorare. Passò il tempo ed arrivarono le feste natalizie. La mia figlia più piccola insieme alla sua famiglia, raggiunse l’altra mia figlia e la madre. Io rimasi da solo. Non avevo altra scelta che pensare a quello che avevo fatto, chiuso in casa e seduto sul divano al buio.

Arrivò il 2010 e nei primi giorni dell’anno, sentii bussare alla porta. Aprii e vidi mia figlia. Ci guardammo negli occhi, ci abbracciammo e cominciammo a piangere. Mi sembrava di sognare. Non dicemmo una parola, anche se ci trovavamo a disagio. Nonostante tutto, cominciammo a parlare tranquillamente, proponendomi di sottopormi ad una visita questa volta presso un centro specializzato. Dapprima, rifiutai dicendo che non mi sentivo malato; ma poi, pensando che avevo già percorso una strada simile, sbagliando, decisi di accettare. Il giorno dopo, telefonammo al centro e prenotammo una visita con il Dott. Guerreschi. Ero talmente convinto che rimasi direttamente dopo il primo colloquio informativo.

Adesso è un mese che sono in terapia e non sto giocando. E’ dura ma sono convinto. Voglio smettere e riprendermi la mia vita, la mia famiglia, la mia felicità.