DOTT. CESARE GUERRESCHI

Prima edizione 2016
© Cesare Guerreschi
ISBN 978-88-909468-5-1

Tratto dal libro: TESTIMONIANZE

“Quando la costanza della ragione vince sul demone”

TESTIMONIANZE GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Testimonianza di Amedeo:

Mi chiamo Amedeo, ho 47 anni, due figli e convivo con la mia compagna, madre dei miei figli. Mi trovo presso la struttura S.I.I.Pa.C. per problemi di gioco d’azzardo.

La mia storia con il gioco comincia circa 13-14 anni addietro, nel 1996-1997. Per motivi di lavoro mi trovavo in una città che confina con la Slovenia e lì comincio a conoscere la realtà dei Casinò, anche se nell’arco di un solo anno ci sono stato circa cinque o sei volte. Ricordo in particolare, un scena di mentre giocavo a Poker al Casinò. Quella sera avevo sfiorato una vincita di circa 350 milioni delle vecchie lire. Ma la sfortuna, che oggi posso tranquillamente dire che non esiste, è stata quella di aver pensato che “Sicuramente al gioco si vince”. Nello stesso periodo in Italia, uscivano i videopoker ed una volta ritornato alla mia città, cominciai ad avvicinarmi alle macchinette. Questo mi era risultato anche più facile a causa della mia lontananza fisica dai casinò, in qualche modo dovevo compensare. Da quel momento comincia la mia discesa verso il baratro e la disperazione. Inizialmente non me ne ero accorto che cominciavo a raccontare bugie. Non guardavo in faccia nessuno, parenti, amici e colleghi al lavoro, tutti erano vittime delle mie menzogne. La persona che ne soffriva di più era la mia convivente. Ogni mio momento libero era finalizzato a trovare soldi e tempo per poter andare a giocare. Inventavo scuse, ero molto nervoso e non mi interessava nulla della vita con la mia compagna. C’era una ricerca ossessiva del denaro. Mi rivolsi a banche per chiedere finanziamenti, in qualche modo dovevo assolutamente avere soldi. Nel 1999, nacque il mio primo figlio. Ero l’uomo più felice del mondo. Nonostante questo bellissimo evento, il gioco mi attraeva ancora di più. Non so dire se rincorrevo la perdita oppure la consideravo ancora una distrazione, però mi piaceva e non riuscivo a farne a meno. In famiglia, cominciò ad andare sempre peggio, poiché aumentavano i debiti che in qualche modo dovevo nascondere. Il modo migliore era di raccontare bugie, che però portavano a litigate sempre più frequenti con conseguente distacco da parte mia e della mia famiglia. Ma la cosa più importante era il gioco. Nonostante non avessi soldi, riuscivo ugualmente a procurarmeli.

Erano destinati solamente al gioco. Se per caso, serviva un paio di scarpe o qualche altro capo di abbigliamento per mio figlio, dicevo alla mia compagna che soldi non ce n’erano. Due anni dopo, sono stato scoperto. Pur di giocare facevo assegni, anche se ero conscio di non poterli coprire, oppure speravo di vincere per poi coprire il vuoto che stavo creando nel conto in banca. Con il senno di poi, forse ho fatto in modo che mi scoprissero, consapevole di non poter più gestire una tale situazione. Quando fui scoperto, non dissi tutto quello che avevo combinato, ma iniziai solamente con i debiti che dovevano essere ripagati al più presto. Dopo aver spiegato la situazione e con l’aiuto dei miei familiari, sono riuscito a chiuderne alcuni. La mia famiglia, aveva capito che c’era un problema e che non riuscivo a controllare il mio gioco.

Così, cominciai un percorso con una psicologa. Dentro di me avevo una grande voglia di stare meglio ma non sapevo come fare, non riuscivo a fare a meno di smettere di giocare. Il mio percorso con la psicologa, mi ha portato a non giocare per sei mesi. Tuttavia, un giorno decisi di “sfidare” il mio miglioramento, buttando alcuni euro in una macchinetta (Erano spariti i videopoker ed erano arrivate le slot machine). Queste macchinette mi avevano portato delle piccole vittorie e quando vincevo, me ne andavo via pensando che “Riesco a controllarmi nel gioco”. Tuttavia, questo era il pensiero più sbagliato che potessi fare. Infatti, il tempo che spendevo a giocare, aumentava sempre di più, finché cominciai a passare dei pomeriggi interi alle slot machine. E così, con questo comportamento, gli anni cominciarono a passare. Nel 2005, nacque mia figlia. Quello è stato un momento indimenticabile, ma proprio com’era successo con mio figlio, il gioco era più importante di tutto il resto. Dentro di me, la convinzione che dovevo giocare per rifarmi delle perdite, si faceva sempre più forte. Ma purtroppo questo non accadeva, anzi, cambiavo molto spesso bar dove giocavo in modo da poter vincere. L’aria che si respirava in famiglia era sempre più pesante, cominciavo a non stare più bene nemmeno in casa, qualunque cosa che mi veniva detta per me era una scusa per poter andare a dormire oppure per uscire. Con i miei figli i rapporti erano molto tesi, ero molto nervoso e li sgridavo per qualsiasi sciocchezza. Da circa due anni, hanno cominciato ad aprire le sale con le slot machine. All’inizio non mi convincevano, credevo che fossero molto noiose. Un giorno, un mio amico, mi chiese di accompagnarlo in una di queste sale. Dopo un lungo convincimento, decisi di andare con lui. Quando entrai, la visione di tutte quelle slot machine, di quelle luci e di quei suoni, mi diede un’adrenalina incredibile. Mi sentivo molto importante, mi sentivo “un grande”.

Mi sentivo molto bene immerso nella mia solitudine, mi faceva stare bene e in quei momenti, non pensavo ai problemi, non pensavo alle cose spiacevoli, insomma non pensavo a nulla. Cominciai ad andare sempre più spesso in queste sale perché non c’erano persone che mi stavano con il fiato sul collo, sperando di poter usare la macchinetta dopo di me. Inoltre, si poteva fumare ed era molto importante come aspetto: non dovevi lasciare la tua postazione per uscire a fumare, potevi tenere “sotto controllo” la tua slot, non perdendo la possibilità (illusoria) di vincere. Non m’interessava che a casa avevo due figli ed una compagna che avevano bisogno di me, di soldi per poter vivere, mangiare e vestirsi. Tuttavia, dovevo sempre avere soldi per uscire. Se non li avevo, mi sentivo una carogna, anche se durava solo pochi minuti, perché veniva rimpiazzato con il pensiero di come fare per poter procurarsi i soldi. Ero disperato, avevo raggiunto un livello di disperazione e non sapevo come uscirne, ero ricaduto e mi sentivo un fallito. Nel Settembre 2009, venni scoperto per la seconda volta. Negavo, negavo, e negavo anche l’evidenza. Non mi rendevo conto di quello che facevo, infatti ero addirittura orgoglioso delle bugie che non giocavo. La mia compagna insisteva sul fatto che avessi un problema, ma rispondevo sempre che era lei che aveva un problema. Dopo molti mesi, decisi di ammettere di avere giocato, ma le dissi che erano solo poche volte. Accettai di andare dalla psicologa, ma mai in un centro di riabilitazione. Nonostante facessi colloqui, subito dopo entravo in una sala slot. Era inutile, non m’interessava più nulla, la mia vita erano solo quelle maledette macchinette. Il gioco era diventato sempre più pesante, insostenibile, i debiti aumentavano come anche i pensieri di farla finita. Pensavo che sarebbe stata la cosa migliore, sparire per non fare più del male a nessuno, non avevo più ragione d’esistere, stavo facendo soffrire troppe persone. Finché non arrivò il momento che chiesi aiuto.

Mi rivolsi alla mia compagna credendo che mi avrebbe rifiutato, ma non fu così. Mi fece vedere la pagina di presentazione della S.I.I.Pa.C. che aveva trovato su Internet. Non ci pensai due volte, chiamai il centro e prenotai una visita con il Dott. Guerreschi. Da quel momento cominciò il mio percorso al centro, mi trovai subito bene e la cosa importante era che ero capito, sia dallo staff medico che dalle altre persone che erano lì come pazienti.

Penso che nonostante il male che ho fatto alla mia famiglia, alle persone che mi stanno vicino, queste persone mi hanno salvato la vita, in particolare la mia compagna a cui devo tutto.